Si afferma spesso che eventi traumatici estremi, come la tortura e la violenza intenzionale, portino a una drammatica frammentazione delle funzioni psichiche di coloro che le subiscono. Allo stesso modo, il percorso di cura può essere visto, in metafora e nei fatti, come un processo di ricomposizione dei frammenti della mente e del corpo dei sopravvissuti, un pò come l’antica arte giapponese del kintsugi, capace di rendere preziose le fratture.
Il rapporto analizza il periodo sotto tre punti di vista:
- i flussi migratori che giungono in Italia dalle coste libiche;
- il sistema di abusi e di sfruttamento che si consuma in Libia ai danni di migranti e rifugiati;
- le conseguenze psico-fisiche delle violenze subite.
Viene inoltre approfondito il confronto di due fasi: i tre anni che precedono l’accordo Italia-Libia sui migranti (febbraio 2014 – gennaio 2017) e i tre anni successivi al medesimo accordo (febbraio 2017 – gennaio 2020).
Le storie dei sopravvissuti descrivono con drammatica precisione i luoghi, i perpetratori e le modalità delle violenze che si consumano sistematicamente nel territorio libico, all’interno e fuori dai centri di detenzione e di sequestro. Esse richiamano le gravi responsabilità dell’Italia, dell’Unione europea e dell’intera comunità internazionale e rappresentano un formidabile atto di accusa sulla tragedia che si sta consumando in questi anni sulle rotte migratorie che attraverso la Libia portano all’Europa.